
Sulla biomeccanica di Mejerchol’d abbiamo in Italia pochissimi studi e nessuno sulla parte tecnica.
Nel migliore dei casi [1] si ha una raccolta di scritti dello stesso Mejerchol’d con introduzione che,
pur se utilissima, rimane sempre confinata nell’ambito di una sintesi teorica e di uno studio storico.
Oltre al mio lavoro d’insegnante della pratica con gli attori, anche come studioso il mio lavoro ha lo
scopo di cominciare a riempire questa lacuna rimandando comunque e sempre alla verifica sul campo.
Qui vengono riportati degli estratti o elaborazioni di alcuni miei testi [2] dove, oltre a uno studio storico
e teorico della biomeccanica di Mejerchol’d (compresi alcuni accenni all’estetica, all’antropologia
teatrale e a interessanti supporti scientifici alla biomeccanica), si da largo spazio alla descrizione
della tecnica pura. Testi che costituiscono, quindi, una sorta di manuale pratico di esercizi ed études che ho avuto la fortuna di apprendere nel 1996 e 1997 in Italia ma soprattutto nell’a.a. 1997/98 al
GITIS di Mosca e nei vari anni successivi di assistenza e collaborazione con i miei maestri.
Colgo l’occasione di ringraziare Gennadi Bogdanov e Nikolai Karpov, che hanno dato un apporto
sostanziale allo sviluppo del mio lavoro attuale di regista e insegnante.
C. S.
1) Elaborazione da:
C. Spadola, Lezioni di Biomeccanica al GITIS di Mosca.
L’eredità pedagogica di Vsevolod E. Mejerchol’d,
in "Biblioteca Teatrale", Roma, Bulzoni, 7-12/2000.
2) Estratti da:
C. Spadola, Biomeccanica teatrale e movimento scenico. Training ed esercizi.
Seminario condotto da Nikolai Karpov e Claudio Spadola al
Centro Universitario Teatrale di Perugia dal 5/10/1998 al 17/10/1998.
Materiali raccolti e curati dall’autore.
3) Estratti da:
C. Spadola, Biomeccanica e movimento scenico.
Lezioni di Gennadi Bogdanov e Nikolai Karpov al GITIS di Mosca. A.a. 1997-98.
Materiali raccolti e curati dall’autore.
4) Estratti da:
C. Spadola, La Biomeccanica di Mejerchol’d
e i suoi recenti sviluppi al GITIS di Mosca,
tesi di laurea discussa all’Università di Roma “la Sapienza” nell’a.a. 1995/96,
relatore Prof. Luciano Mariti, correlatore Prof. Elena Tamburini.
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1) Elaborazione da:
C. Spadola, Lezioni di Biomeccanica al GITIS di Mosca.
L’eredità pedagogica di Vsevolod E. Mejerchol’d,
in "Biblioteca Teatrale", Roma, Bulzoni, 7-12/2000.
Camminando d’inverno per le vie di Mosca, con il ghiaccio che costantemente lastrica
i marciapiedi, ci si rende conto concretamente della dinamica con la quale V.E.
Mejerchol’d (1874-1940) ha scoperto la legge fondamentale del movimento.
Egli racconta di essere scivolato per la strada e di aver dovuto fare contrappeso con
tutto il corpo per non cadere [1] . Il fenomeno è banale ma l’aspetto importante
dell’episodio in questione è che il protagonista è riuscito ad esserne testimone
durante lo svolgimento o, comunque, si è fermato subito dopo l’accaduto, ha
ascoltato la sensazione che ancora pervadeva tutto il suo corpo e, a “memoria fresca”,
ha scoperto qualcosa che il suo corpo sapeva già fare “istintivamente” e con
precisione, in mancanza di comando e di controllo della mente.
Istintivamente? Eppure non siamo nati sapendo stare in equilibrio su due piedi, né sapendo camminare, l’abbiamo appreso e assimilato come una “seconda natura”.
Non si tratta allora di istinto ma di riflesso. Il corpo, una volta che ha “memorizzato” un’abilità, è già in grado di seguirla automaticamente (di riflesso) senza l’ausilio
della coscienza. Lo facciamo normalmente quando camminiamo: non pensiamo alla
meccanica dei nostri movimenti, dobbiamo solo stare attenti a dove mettere i piedi.
Inseriamo una sorta di macchinista automatico, e lo stacchiamo solo di fronte a un
imprevisto; allora ritorniamo ai comandi e riorganizziamo la meccanica motoria del
nostro corpo in funzione del cambiamento (per esempio, un ostacolo da superare).
Da tutto questo prende forma la biomeccanica, cioè dal riflesso, divenuto spontaneo,
di preservazione dell’equilibrio e dalla coscienza della sua perdita e di tutti i
movimenti che il corpo fa per recuperarlo. In altre parole, dalla precisione di
esecuzione, da parte del corpo, di una partitura assimilata e dall’ascolto testimoniale
(quello che Mejerchol’d chiamava “lo specchio interiore”, “il terzo occhio”), cioè dall’attenzione della mente verso tale esecuzione (attenzione che è, quasi sempre,
un atto volitivo, un atto, cioè, che nella vita, tranne in casi particolari [2] , dobbiamo
decidere di fare, e che normalmente tendiamo ad evitare affidandoci all’automatismo).
I primi esercizi di biomeccanica proposti dagli insegnanti del GITIS [3] , Gennadi
Bogdanov e Nikolai Karpov, sono proprio esercizi di scomposizione dell’atto del “camminare”, per recuperare un controllo (che con l’allenamento diventerà solo
un’attenzione, una “sensazione”) di qualcosa che abbiamo automatizzato e oramai diamo per scontato. Solo allora potremo passare sempre più velocemente
attraverso i “punti” di riferimento della scomposizione (come un treno che va da
Roma a Firenze senza fermarsi nelle stazioni intermedie pur passandoci e
vedendole chiaramente) e ridare all’azione, divenuta consapevole, la fluidità originaria [4].
Se tutto questo lavoro può rimanere estraneo alla vita di una persona comune, esso è indispensabile per l’attore, che dovrà imparare a camminare di nuovo come
se rinascesse a un’altra vita, quella del teatro [5].
La biomeccanica è un doppio allenamento. Del corpo, per acquisire assetto ottimale,
coordinazione, rapidità di reazione, sempre maggiore abilità e “memoria” fisica;
e della mente per acquisire “vigilanza costante” o “attenzione” [6] , colpo d’occhio
(rapidità a comprendere gli imprevisti e, a seconda del repertorio delle abilità fisiche acquisite, a scegliere quelle ottimali per affrontarli), orientamento in rapporto
allo spazio e al tempo (senso del ritmo musicale che dà i punti di riferimento ed è fattore di organizzazione del movimento).
Questo processo, però, non implica due fasi di lavoro separate, è un allenamento
contemporaneo del corpo e della mente. Ogni esercizio biomeccanico educa la
nostra struttura mentale e corporea allo stesso tempo, fino a farci acquisire una “seconda natura” di tutto il nostro essere (“corpo-mente”), grazie alla quale saremo
sempre pronti a reagire efficacemente e di riflesso. Riuscire a «pensare con il
corpo» o a «respirare col cervello» [7].
Prima di descrivere gli esercizi e gli études, che sono l’essenza del “sapere” biomeccanico condensato in partiture di azioni fisiche, si analizzeranno i punti
teorici fondamentali, i principi tecnici operativi a cui Gennadi Bogdanov e Nikolai
Karpov fanno continuo riferimento durante le loro lezioni e su cui vale la pena
di soffermarsi.
2. Le basi teoriche e i principi della biomeccanica
Mejerchol’d presentò ufficialmente la sua biomeccanica nel 1922
riferendosi al Trattato degli animali di Leonardo da Vinci:
Per meccanica s’intende oltre allo studio delle leggi di equilibrio e moto dei corpi, sia
in una situazione statica che dinamica, anche lo studio delle leggi di connessione e
interazione tra le singole parti di una macchina.
La biomeccanica e tutto il teatro costruttivista, così come Tatlin in pittura e Chlebnikov
in poesia, mettono a nudo il materiale della loro creazione.
(...)
“Incorporare” questa catena d’azione è ciò per cui si fanno gli études di biomeccanica.
Ma Mejerchol’d trae, come è noto, le sue basi teoriche anche dalla riflessologia di
Pavlov e Bekhteriev e, rompendo con la psicologia francese su cui poggiano il
naturalismo e il sistema stanislavskiano, dalla teoria periferica delle emozioni di
James [9] . Sergei Ejzenštejn (1898-1948), uno dei primi allievi dello Studio di Mosca
(1921-1938) e futuro regista cinematografico di fama internazionale, fu prescelto da
Mejerchol’d come suo assistente nell’insegnamento pratico e teorico della biomeccanica
per gli studenti più giovani. Dopo aver seguito, nel 1921, presso la Deutsche
Filmschule di Monaco diretta da Rudolf Bode…
(...)
…lo znak otkaza, concetto mejerchol’diano del 1914 (letteralmente “segno di rifiuto”,
uno dei procedimenti d’accentuazione che Mejerchol’d riscontrava in tutte le tradizioni
teatrali e che analizzeremo nel paragrafo successivo) [10] .In ogni istante, secondo
Ejzenštejn, l’attore non deve solo selezionare l’attrazione scenica ottimale ma anche
darle un senso inserendola nella migliore composizione ritmica d’insieme. Il risultato
di tutto questo processo è, come affermava lo stesso Mejerchol’d, la capacità di rendere
lo spettatore «il risuonatore vivente che risponde a tutte le invenzioni della maestria
dell’attore che deve reagire alle reazioni del suo risuonatore attraverso l’improvvisazione» [11].
Lo spettatore, infatti, ripete in modo riflesso e attenuato tutto il sistema di movimenti
dell’attore scaricando tutta l’energia muscolare non utilizzata nell’emozione.
E la «riviviscenza, in quanto risultato del movimento espressivo dell’attore, si trasferisce
là
dove deve stare, vale a dire nel pubblico» [12] .
Nello studio del personaggio, Mejerchol’d, come è noto, oppone all’approccio dall’interno -
la riviviscenza stanislavskiana (perezhivanie) - l’approccio dall’esterno (predstavlenie),
anche se precisa che la differenza è solo di metodo. In realtà il talento (e si riferisce al
famoso attore francese C.B. Coquelin) esperisce sempre un ruolo emozionalmente,
mentre la mediocrità rappresenta solamente [13] .
A favore del metodo di “induzione del sentimento”, però, rimane il fatto che l’attore
conserva sempre un fondamento ben solido e verificabile: la premessa fisica [14] .
Afferma uno dei più grandi attori di Mejerchol’d, Igor Il’inskij: «Questa è la concezione
dell’esterno, l’idea che è parte della catena d’azione. L’idea obbliga l’attore a sedersi
in una postura triste, ma è la postura stessa che aiuta a renderlo triste» [15].
«Questo vuol dire che la posizione del nostro corpo nello spazio influisce su tutto
ciò che chiamiamo emozione, intonazione della frase, come se ci fosse una scossa
nel cervello, dall’interno, e non soltanto nel senso del mondo interiore» [16] - dichiara
Mejerchol’d.
Il rakurs, concetto pittorico assunto come principio del sistema biomeccanico, è un
modo per sviluppare l’espressività presentando il corpo…
(...)
3. L’eredità pedagogica di Mejerchol’d. La pratica del GITIS di Mosca.
Nonostante la definizione ufficiale della biomeccanica sia del 1922, sin dal I Studio di
Pietroburgo, in Via Borodinskaja (1913-1917) Mejerchol’d, che allora insegnava tecnica
dei movimenti scenici, lavorò alla creazione di un sistema di allenamento psicofisico
per l’attore, ricavato dalla selezione e studio delle tradizioni autenticamente teatrali nel
mondo e in tutte le epoche (dalla commedia dell’arte al teatro Kabuki), tradizioni i cui
procedimenti tecnici contengono anche un codice estetico.
Quindi, anche se il punto di partenza è la scomposizione scientifica e razionale del
movimento lavorativo, egli non perde mai di vista lo scopo principale dell’attore, il
movimento espressivo. Situazioni e comportamenti delle tradizioni autenticamente
teatrali sono l’ambito in cui si ritrovano e si continuano ad applicare i principi scientifici
scoperti. Così nascono gli esercizi e gli études di biomeccanica. Mejerchol’d designò gli études come un complesso intreccio d’informazioni fisiche. Ad un occhio superficiale
possono sembrare semplici, ma i principi essenziali del movimento scenico espressivo
sono codificati e iscritti nella loro partitura. Biomeccanica è memoria psicofisica.
Ogni étude contiene tutte le necessarie informazioni di un movimento di base esemplare [17] .
Nikolai Kustov, insegnante di biomeccanica di Mejerchol’d 1928-38, ridiede vita agliétudes a Mosca negli anni Settanta.
Fino al momento della sua morte nel 1976, Kustov insegnò loro i cinque études che
considerava il nocciolo della biomeccanica, due études ‘a solo’ e tre con partner: “Lancio della pietra”, “Tiro con l’arco”, “Schiaffo in faccia”, “Assalto col pugnale” e“Salto sul petto”. Oggi gli allievi di Kustov, Alexei Levinski e Gennadi Bogdanov,
insegnano biomeccanica in Russia così come all’estero. Levinski è anche regista
teatrale e Bogdanov è docente di biomeccanica al GITIS.
Il GITIS è strutturato in…
(…)
L’eredità pedagogica di Mejerchol’d al GITIS viene tramandata attraverso due materie
fondamentali che lo stesso Mejerchol’d insegnava, sia agli attori che ai registi, sin
dal 1921, a Mosca. Registi e attori si fusero nel 1922 in un unico Laboratorio, il
GVYTM [19] che fu subito incorporato nel più ampio Istituto del GITIS, la cui attività fù interrotta nel 1938. Le due materie, tutt’ora obbligatorie sia per gli attori che per i
registi, sono biomeccanica, insegnata da Gennadi Bogdanov, che oltre agli esercizi
lavora specificamente sugli études, e movimento scenico, insegnata da Nikolai Karpov,
che lavora specificamente sugli esercizi di biomeccanica e sul loro sviluppo nel
movimento scenico.
Gli esercizi, oltre a formare il corpo, mirano, attraverso un “sapere fisico”, alla
comprensione e “in-formazione” dei termini e principi biomeccanici. Essi preparano
l’allievo agli études che gli verranno insegnati solo a partire dal secondo anno di studio.
L’otkaz
Attraverso una più dettagliata descrizione della pratica degli esercizi e degli études di
biomeccanica [20] proviamo a comprendere meglio alcuni termini e principi.
Innanzitutto partiamo dalla scomposizione della frase-azione, che corrisponde al ciclo
d’azione del movimento lavorativo preso a modello.
Abbiamo già visto che questo è diviso in tre fasi: intenzione, realizzazione e reazione,
che corrispondono alla preparazione del movimento, al suo sviluppo e al suo punto
d’arrivo. La preparazione è chiamata otkaz (che significa letteralmente “rifiuto”), la
realizzazione, possyl (termine raro in russo, se non inesistente, ma la cui radice, dal
verbo imperfettivo possylatz, che significa “inviare”, “tirare”, rimanda al senso di “invio”,
lancio, flusso e sviluppo dell’azione), e il punto d’arrivo, tocka (“punto”).
L’otkaz è inteso come un movimento contrario alla direzione in cui si svilupperà il
movimento, il caricamento della molla prima di scattare, così come ci carichiamo in
basso prima di saltare o solleviamo il pugno prima di sbatterlo sul tavolo.
Essendo l’otkaz per sua natura organico, perché se lo scopo è quello di prepararsi in
maniera ottimale all’esecuzione di un’azione (possyl) allora è inutile essere formali,
esso conterrà, una volta stabilito precisamente il tipo di azione da compiere, tutte le
coordinate di questa azione futura. L’otkaz, quindi, è di grande aiuto per il partner di
scena, perché oltre a segnalargli il momento in cui sta per essere fatta l’azione (come
il segnale hop del circo), gli indica anche il tipo di azione a venire e la sua direzione.
Classico esempio è quello dell’otkaz dello schiaffo nell’étude lo “Schiaffo”, in cui
dall’apertura del braccio destro indietro, sopra la testa, con il palmo della mano bene
aperto, è chiaro che sta per arrivare: 1) uno schiaffo, 2) da sinistra verso destra
(mettendosi dal punto di vista del futuro schiaffeggiato), 3) dall’alto verso il basso,
4) secondo un ritmo preciso, ritmo stabilito dal “tempo in levare” dell’otkaz (l’“hop”,
appunto) a cui corrisponderà quel “tempo in battere” del possyl, e non un altro [21] .
Ma, così come ci “rifiutiamo” di saltare subito un ostacolo (un tavolo, per esempio)
senza prima aver preso le misure necessarie a scegliere la giusta rincorsa o la
corretta preparazione, allo stesso modo, in classe, ci si allena innanzi tutto a
conoscere quell’ostacolo, ad adattarsi ad esso, a trovare la variante ottimale di
salto e conseguentemente la preparazione corrispondente. In questa fase si saggia
il pericolo attraverso il “controllo” di ogni azione. Controllo che implica un certo “sforzo”, dovuto alla mancanza iniziale di “precisione”.
Questo processo, osservato dall’esterno, risulta molto interessante, così come sono
molto interessanti tutte le azioni che, pur dando dei segnali di anticipazione, non
svelano subito, raggiungendolo, il loro scopo finale. Sono azioni, cioè, che “rifiutano” l’automatismo dell’esecuzione immediata e lasciano lo spettatore in uno stato di attesa.
Risulta infatti subito evidente che queste azioni hanno uno scopo, che, però, non si
vuole subito conseguire proprio perché lo si vuole raggiungere nella maniera migliore,
e questa ogni volta può essere diversa. E’ il processo della ricerca mirata ma non
ancora conosciuta…
(…)
…non abbandonare mai del tutto questo momento di “rifiuto”, che è rifiuto della
passività insita nel puro automatismo, e che necessita di una costante vigilanza e
di una continua possibilità di freno.
In ogni istante dobbiamo essere in grado di frenare, perché può sopravvenire un
imprevisto, un nuovo ostacolo da superare, e bisogna avere il tempo di prepararci
adeguatamente, il tempo di fare il giusto otkaz per superarlo.
Il movimento consapevole è il movimento che ha sempre in sé la possibilità del “freno” (tormoz, in russo). Questo è un principio fondamentale nella biomeccanica.
Essere allenati serve anche a questo. Avere sempre la consapevolezza del nostro
centro di gravità, o baricentro, rende più rapida e controllata la frenata, perché l’azione
del freno è applicata direttamente sul centro propulsore, sul motore (nel caso
dell’automobile, attraverso il cambio, scalando le marce rallentiamo il motore), e non
sulla periferia, le gambe (le ruote) [22] .
Avere sempre in sé la possibilità di freno significa che si può sempre frenare fisicamente
senza per questo frenare il compito che ci si era assunti prima di trovare l’ostacolo
(il tavolo). Bisogna mantenere sempre la prospettiva finale della nostra azione (saltare
il tavolo per raggiungere quel punto x) [23] , altrimenti l’otkaz diventa formale, senza
uno scopo, non organico.
È importante capire che l’otkaz non deve essere necessariamente nel movimento
indietro, cioè nel retrocedere di fronte all’ostacolo per prendere la rincorsa, ma può essere anche nel movimento in avanti, cioè, una volta che il corpo è allenato alle più svariate possibilità di salto, si può fare l’otkaz senza necessariamente interrompere
la corsa verso il punto x che vogliamo raggiungere. L’otkaz, quindi, non deve essere
necessariamente una frase-azione in senso contrario o meglio che contraddice il senso
della frase successiva; può essere solo una momentanea negazione, un dubbio, che non
interrompe il filo discorsivo né fa perdere di vista ciò che si vuole dire ma, anzi, lo rende
più interessante.
Proviamo infatti, ora, a correre, a trovarci all’improvviso davanti il tavolo da superare,
frenare, capire cosa fare, se necessario indietreggiare, e infine superare l’ostacolo, ma
senza fare interruzioni, mantenendo la fluidità dell’azione come se questa fosse un’unica
frase senza punti all’interno. Fare l’otkaz, “rifiutare”, infatti, non vuol dire bloccarsi o
spezzare la prospettiva. Proviamo, ora, a ripetere la frase-azione, come una replica,
cercando di allungare, però, il momento dell’otkaz, di rifiuto, per ascoltare meglio il nostro
corpo e provare tutte le possibili varianti.
Come abbiamo detto, questa azione di “rifiuto”, per la sua mutabilità coerente perché sempre mirata, ha il potere di tenere in stato di attesa chi osserva e quindi di rendere più espressiva tutta l’azione, dargli un “accento”, al punto che il momento del possyl, cioè il
momento dello sviluppo dell’azione stessa, diventa una semplice “coda” dal chiaro
significato, perché visibile, ma molto meno interessante [24] .
A questo proposito prendiamo un altro esercizio…
(…)
…mantenendo però la prospettiva, lo scopo del salto, pur senza arrivare mai a farlo
veramente [25] .
Il processo, estremamente interessante da vedere dall’esterno, diventa un unico grande
otkaz di un organismo umano, formato da tanti individui [26] .
Spesso, dopo la spiegazione dell’otkaz, Karpov domanda: «Hai capito bene quello che
ho detto?». Oppure: «È tutto veramente chiaro?». Oppure: «Ti senti bene?». A queste
domande si può rispondere solo sì o no. È molto importante sentire che la nascita di una
parola, così come di un gesto o di una azione, parte da questo momento di rifiuto (otkaz)
della risposta automatica, di rifiuto inizialmente dell’azione stessa (possyl), e poi dell’azione
contraria, cioè il rifiuto di non farla, il rifiuto del rifiuto.
Non dire no, è diverso dal dire subito: sì [27] !
Questo momento è il più interessante, molto più della risposta in sé (possyl).
Anche negli esercizi di reattività…
(…)
…Allenarsi a reagire nel minor tempo possibile significa arrivare ad un altissimo grado di
concentrazione, di all’erta, pur mantenendo il rilassamento. Rilassamento che è di tutto
il corpo, prima dell’esecuzione, nell’attesa del comando; di «tutte e solo le parti non
interessate nell’esecuzione», durante la stessa; e, di nuovo, di tutto il corpo, dopo
l’esecuzione, per poter reagire velocemente, ma efficacemente, anche a un possibile
comando immediatamente successivo [28] .
L’equilibrio degli opposti e la resistenza del materiale
È proprio questa composizione di opposti in emozionante equilibrio che ci riporta allo
scenario iniziale di perdita d’equilibrio sul ghiaccio del suolo russo e del suo recupero.
Infatti ogni étude di biomeccanica è stato concepito da Mejerchol’d come
Prendiamo ad esempio le prime 4 frasi-azioni dell’étude dello “Schiaffo”, ovvero la
sequenza iniziale del saluto. Proviamo a descrivere ciò che spiega e mostra Bogdanov.
Dalla posizione di stoika, un partner di fronte all’altro, in coppia, si fa all’unisono ilDaktyl, che descriveremo meglio più avanti ma che comunque consiste in un doppio
battito di mani. Il Daktyl (–UU, una lunga e due brevi) dà il ritmo ternario (comprendendo
anche il tempo “in levare” prima del doppio battito) che dovrà “in-formare” tutta la
sequenza dell’étude e che corrisponde al ciclo d’azione. Dopo il tocka del Daktyl, i
due attori prendono l’otkaz in basso per saltare in alto e atterrare con i piedi paralleli
ma con la gamba sinistra avanti e la destra indietro (possyl). Il peso del corpo deve
essere frenato dalle gambe e dagli avambracci, che, con i gomiti fissati lungo i fianchi,
salgono e scendono due volte scaricando l’inerzia del movimento globale. Dopo il freno
si ritorna nella posizione di stoika con le gambe che sorreggono entrambe il peso del
corpo ma non più sulla stessa linea (tocka). Anche questa frase come tutte le
frasi-azioni dell’étude deve essere fatta secondo il ritmo ternario del Daktyl eseguito
all’inizio. Dopo il tocka di questa seconda frase, la coppia si prepara al saluto.
Entrambi scaricano il peso del corpo sulla gamba sinistra, che è avanti, abbassando
il braccio destro in basso per fare l’otkaz e (come se fosse una perdita dell’equilibrio
in avanti il cui recupero si trasformi nel movimento successivo) ruotare il corpo e i
piedi di 90° verso destra, scaricando il peso sulla gamba destra, che è dietro, e
sollevando il gomito destro indietro con la mano all’altezza del petto, pronta per
andare successivamente a stringere quella del partner. Per bilanciare il peso che è tutto nella parte destra del corpo, il braccio sinistro e l’anca sinistra devono fare
da contrappunto e spingere esternamente verso il partner che sta di lato rispetto
al corpo, ma che il nostro viso, ruotato di 90° a sinistra e anch’esso in contrappunto,
deve sempre avere di fronte. Dopo il tocka di questa terza frase, entrambi scaricano
ulteriormente il peso (perdendo di nuovo e volutamente l’equilibrio per poi recuperarlo)
sulla gamba destra, ruotando il busto ancora un po’ indietro per fare l’otkaz e ruotare
tutto il corpo di nuovo di 90° a sinistra ritornando con il bacino frontale rispetto al
partner e scaricando il peso sulla gamba sinistra che è avanti. Il braccio sinistroè aperto, dietro il dorso, in contrappunto al braccio destro che è avanti e stringe la
mano del partner. Il corpo è come avvitato intorno al bacino, la spalla destra fa da
contrappunto alla gamba sinistra e quella sinistra alla gamba d destra. Solo i piedi,
le anche e il viso rimangono frontali, il busto e le gambe sono su una stessa superficie
ma su facce opposte; cioè ognuna si rivolge verso il semispazio opposto.
Queste composizioni di opposti in emozionante equilibrio, in Fisica Meccanica
possono essere tradotte in una formula: F = F1 + F2 + … = 0. Si dice che un corpo è in equilibrio quando la somma vettoriale di tutte le forze che agiscono su di esso è uguale a zero [31] .
Notiamo come l’equazione vettoriale della Fisica meccanica corrisponde a quella della
formula biomeccanica: N = A1 + A2.
Mejerchol’d arrivò alla sintesi di una formula matematica che permette di capire
l’essenza del lavoro dell’attore e fornisce preziosi spunti di riflessione su cui vale la
pena di soffermarsi. Vedremo in seguito come alcuni esercizi di biomeccanica traducano
concretamente i fattori matematici di questa formula in ruoli che gli studenti devono
impersonare…
(…)
Ritornando al riscontro nella pratica biomeccanica, notiamo, per esempio, che Bogdanov
definisce lo scopo della biomeccanica come l’inizio di un processo di apprendimento.
Il primo passo è imparare il modello seguendo l’insegnante. Il secondo passo è sviluppare
una versione personale dell’étude, ma senza cambiarlo.
Il terzo passo è usare nella preparazione di uno spettacolo i principi in esso implicati [33] .
(…)
…Come l’equilibrio, nella “danza delle opposizioni” dell’étude, così la precisione d’esecuzione
della partitura di uno spettacolo viene messa continuamente a rischio affinché si abbia la
possibilità di riconquistarla sempre di nuovo.
Questo mettere a rischio l’equilibrio, del corpo come delle regole della partitura, è proprio
dell’eccentrico, cioè di colui che si pone volutamente fuori del centro dell’equilibrio.
Una volta che si padroneggiano, si può scegliere di applicarle in modo differente.
«L’attore deve imparare ad accendere l’attenzione e giocare con la possibilità di errore,
altrimenti la partitura muore nella e della sua precisione», nota Ruffini [35] .
In questo senso la formula dell’attore biomeccanico si adatta perfettamente al processo
dello spettacolo inteso come N, composto dall’esecuzione della partitura fissata nelle
prove, il materiale, il cui equilibrio può essere rimesso in gioco durante ogni spettacolo
in maniera diversa a seconda degli imprevisti, a seconda cioè della resistenza che questo
materiale può opporre nell’atto della sua ri-esecuzione, della sua ri-organizzazione da
parte dell’elemento organizzatore, che è la compagnia di attori.
È chiaro che materiale dello spettacolo può essere considerato…
(…)
…«L’attore che improvvisa dentro la partitura non sa cosa farà, ma saprà cosa fare in
rapporto ai segni registrati dall’attenzione», in rapporto alla resistenza del materiale
(imprevisti nella partitura, nel corpo dell’attore, nell’interazione col partner, con lo spazio
scenico, gli oggetti, il pubblico).
L’attore biomeccanico si allena quotidianamente per questo. Lui conosce il suo materiale
di lavoro, lo ha anche fissato durante le prove, ma ciò nonostante, non lo deve assumere
come conosciuto, altrimenti diventa «zavorra […] di qui la necessità di porsi, pur sapendo,
in condizione di ignoranza: ignoranza dotta, appunto». Il risultato della formula
biomeccanica, N, il corpo-mente, «è la dotta ignoranza nell’azione. Consiste in un'assoluta
presenza nel presente, che non anticipa il futuro […] ma lo padroneggia nell’attimo in cui
si fa presente […]» [36] .
Ma torniamo all’applicazione nella pratica degli esercizi e degli études di questa danza
di opposizioni, di questo equilibrio “emozionante”, tradotto dalla formula biomeccanica.
Per spiegare il possyl, Karpov adotta spesso questo esercizio da fare in coppia. Uno,
fermo, riceve il partner che gli viene incontro, stabilisce il contatto e, cadendo
morbidamente (cioè col “freno”) insieme a lui, sviluppa la sua spinta e la sua azione
(possyl). In questa specie di “lotta” egli rappresenta il materiale (A2) e l’altro colui che
lo organizza (A1).
A2, come abbiamo già constatato, non è solo passivo, non deve, cioè, unicamente
adattarsi alla spinta propulsiva di A1, ma deve, anzi, opporre una certa “resistenza”.
È proprio attraverso questa resistenza che sarà possibile “ascoltarsi” l’un l’altro, e
collaborare “frenando” nei momenti difficili (quando per esempio si arriva al contatto
col suolo). È proprio da questa azione leggermente “frenata”, da questo non “rifiuto” dei momenti difficili, che è un “rifiuto” di correre subito verso il punto finale, un rifiuto
di non sviluppare attentamente il possyl, che nasce l’organicità della coppia (A1+A2),
la precisione sempre ritrovata (“attiva”) dell’esecuzione, e, soprattutto, l’alta espressività dell’intera frase-azione che scorre fluida e intensa fino al tocka, il punto in cui si
esaurisce la spinta di A1 [37] .
Anche il movimento più semplice deve avere all’interno una difficoltà da superare.
È il principio recitativo dell’“ostacolo”.
Infatti provi, ora, una coppia, a ripetere l’esercizio della “lotta”, cercando di memorizzare
la sensazione, l’energia particolare di quel processo. Subito dopo, lo studente che
rappresentava A1 fa un’azione molto semplice, per esempio va incontro ad A2 e gli fa
una carezza, cercando di ripetere lo stesso processo della “lotta”, con lo stesso “rifiuto” di correre subito al risultato, con lo stesso freno e ascolto dei momenti difficili, di tutte
le possibili “resistenze” del partner (scelto per definizione come A2), ma anche di tutte
le proprie “resistenze” (“proprie” nel senso del proprio strumento, A2), di quelle del
pavimento che ha sotto ai piedi e di tutte le possibili varianti di A2 già analizzate [38] .
L’ostacolo aiuta a stravolgere l’automatismo di un’azione quotidiana e gli dà uno sviluppo
interessante sia per l’attore che è costretto ad aumentare la sua attenzione e sia per lo
spettatore che lo osserva [39] .
L’esercizio della “lotta” ci riporta concretamente al nocciolo della biomeccanica…
E infine è lo stesso Mejerchol’d che afferma: «Ogni forma d’arte si fonda
sull’autolimitazione. L’arte è sempre e prima di tutto una lotta con il materiale» [41] .
Il ritmo del pensiero in azione
Ma torniamo alla pratica degli esercizi.
Come abbiamo già notato, la scomposizione ternaria del ciclo d’azione corrisponde
a quella della frase-azione.
È la stessa scomposizione che troviamo nel principio di Zeami dello jo-ha-kyu, e che
ritroviamo nella micro-partitura del Daktyl [42] .
Bogdanov fa fare un esercizio che è molto simile agli esercizi che si fanno nel
Teatro Nô per la spiegazione del principio dello dello jo-ha-kyu applicato al movimento.
La maestra trattiene l’allieva per la cintura (jo = trattenere) ed improvvisamente la
lascia (ha = rompere, spezzare). L’allieva
Bogdanov chiede agli allievi di…
(…)
… In questo caso il tocka corrisponde ad una posizione dinamica, immobile ma con
un movimento interno in cui l’energia è sospesa. [44]
Ora osserviamo come questo principio ternario si incarni nella micro-partitura di
movimenti del Daktyl.
Il Daktyl consiste in un doppio battito di mani, ma racchiude in sé “condensati” tutti
i principi basilari della biomeccanica, dal coinvolgimento di tutto il corpo controllato
dal centro, alla scomposizione interna del ciclo d’azione fluidificata secondo un ritmo
definito che corrisponde a quello metrico del dattilo greco da cui prende il nome.
Esso apre e chiude ogni lezione di biomeccanica, ogni étude, e rappresenta un
momento di piena concentrazione, un breve ripasso fisico-mentale di tutti i principi
biomeccanici e la scelta di un ritmo con il quale in-formare tutta la sequenza dell’étude.
Fatto in gruppo, infatti, stabilisce un momento di esatta coordinazione e di prontezza
dell’insieme dei partecipanti.
Prima dell’esecuzione del Daktyl ognuno deve assumere la posizione di stoika.
Bogdanov chiede una prima volta “attenzione”, comunica il compito da eseguire:“Daktyl”, chiede per la seconda volta “attenzione” e tutti inclinano leggermente il
corpo in avanti poggiando sulle punte dei piedi. È il momento più carico di tensione.
Al comando hop dell’insegnante, tutti contemporaneamente preparano l’otkaz, cioè si caricano con tutto il corpo come se volessero spiccare un salto in alto e poi si
ergono con le braccia e le mani tese verso un punto in alto. L’otkaz deve essere
fatto da tutti all’unisono, precisamente al suono lungo “Iiiii” emesso da Bogdanov,
che in russo corrisponde alla nostra congiunzione “e”, in musica al tempo in “levare”,
in linguaggio circense all’ hop, e nel ritmo del dattilo alla lunga iniziale.
L’insegnante conta “ras!”, che corrisponde al nostro “uno”, in musica al tempo in“battere”, nel ritmo del dattilo alla prima breve, e tutti fanno il possyl, ovvero
ridiscendono con le mani puntate verso il suolo in modo da incontrarsi e fare un
primo battito in basso. Nel frattempo le gambe piegandosi frenano la ridiscesa del
corpo, che come tale prepara il caricamento (come un otkaz interno al possyl) per
una nuova salita verso l’alto. Questa volta, però, i gomiti rimangono lungo i fianchi e
salgono solo gli avambracci. Nella seconda ridiscesa le mani, sempre rivolte verso
il basso, scaricano di nuovo l’inerzia del movimento in un secondo battito di mani.
In quell’istante l’insegnante avrà detto “dva!”, che corrisponde al nostro “due”, alla
seconda breve del dattilo. È lì che in teoria termina il possyl e comincia il tocka,
cioè la propagazione del “battere”, l’eco del gong, della campana che risuona,
l’“irradiamento”di tutta l’azione svolta. Tutti infatti continueranno a frenare il
movimento scaricandolo soprattutto nelle gambe, per poi risalire lentamente nella
posizione eretta di partenza, la stoika, continuando a tenere il dva nel tocka - punto
conclusivo.
(…)
… È come se ci fosse, per esempio, un otkaz dell’otkaz, un possyl dell’otkaz e untocka dell’otkaz, per poi passare all’otkaz del possyl, al possyl del possyl e al tocka del possyl, e così via scomponendo anche il tocka e continuando all’infinito.
Chiaramente tutti questi sono solo frammenti virtuali su cui l’attenzione dell’attore può appoggiarsi senza necessariamente spezzare la fluidità della frase, infatti ogni
micro-tocka di una micro-frase corrisponde al micro-otkaz della micro-frase successiva.
Come abbiamo già detto, il processo è analogo a quello di un treno che va da Roma
a Firenze senza fermarsi nelle stazioni intermedie pur passandoci e vedendole chiaramente.
Lo stesso avviene ritornando alla grandezza delle frasi intere. Per esempio consideriamo
una prima frase quella di fare un salto in alto e atterrare, e una seconda frase quella di
fare un altro salto in alto e atterrare di nuovo. Queste sarebbero due frasi se fossero
separate da un chiaro punto d’immobilità (tocka reale) che dividesse la prima dalla
seconda, ma se volessimo unirle in unica frase allora dovremmo trasformare l’atterraggio
frenato del primo salto (tocka virtuale) nel caricamento del corpo per fare il secondo
salto (otkaz virtuale). Il tutto allora diventerebbe un’unica frase ininterrotta, un “fluire per
salti”, un unico processo creativo. Karpov ricorda sempre un’affermazione di Stanislavskij, cioè che «l’arte comincia dove nasce la linea ininterrotta del movimento», e questo è un
processo fisico e mentale [45] .
La stessa cosa avviene nel Teatro Nô per la scomposizione del jo-ha-kyu, questo infattiè un processo ciclico.
Ripetere lo stesso disegno “come se fosse la prima volta”, “improvvisare nella partitura”, “lottare con il materiale”, eccoci di nuovo all’essenza del teatro, a quel N che deve
essere il risultato della danza delle opposizioni dell’eccentrico, di colui che può vivere
in un equilibrio precario che è “emozionante” perché sempre a rischio.
Alla fine l’attore biomeccanico allenato a ripartire il proprio materiale nello spazio e nel
tempo, che riesce a “pensare” con il corpo con un pensiero che “diventa ritmo”, che
concepisce il suo movimento come una frase musicale, che “sa guardare allo spettacolo
come qualcosa in continuo movimento, in progressione costante” al punto che quando
entra in scena sa che non deve solo pronunciare la battuta “ma inserirsi e continuare il
movimento musicale” [47] , che come nel jazz sa “giocare con le modulazioni”, che
come personaggio, al pari di un tema melodico, si sviluppa e si intreccia con gli altri in
diverse forme armoniche e contrappuntistiche all’interno della “sinfonia” dello spettacolo;
alla fine questo attore assurge alla stessa altezza del musicista, considerando Mejerchol’d
la musica come l’arte più evoluta in assoluto e a cui tutte le altre arti devono tendere.
Attraverso la storia della sua pedagogia teatrale, Mejerchol’d ha scelto varie metafore
per indicare il lavoro dell’attore: dal saltimbanco all’acrobata, dall’animale (felino)
all’uomo-macchina della biomeccanica, fino all’attore musico degli anni Trenta, che
fonde tutta l’esperienza pedagogica con quella altrettanto fertile di regista, e lo riporta
alla concezione, comune ai grandi artisti/teorici d’inizio secolo, della musica come
archetipo di tutte le arti.
* LEZIONI INDIVIDUALI E PREPARAZIONE DI AUDIZIONI
* CREDITI UNIVERSITARI, ATTESTATI E BORSE DI STUDIO
* 7 tipologie di corsi annuali serali con varie possibilit di frequenza e costi da 80 a 150 euro ogni 4 settimane.
Researching Program (solo per ex allievi o attori selezionati):
Gruppo di Ricerca per produzioni di spettacoli al Teatro Belli.
* LABORATORI INTENSIVI
IN 2 WEEK ENDS:
Biomeccanica teatrale.
Il training dell'Accademia di Mosca
Biomeccanica e recitazione
Biomeccanica e messa in scena
Come preparare un' Audizione